Il Comune apre il bando 2026: premi per chi ha ottenuto il massimo dei voti. Ecco requisiti, come fare domanda e cosa serve subito.
Il Comune di Fiumicino assegna borse di studio per merito agli studenti residenti che hanno concluso con risultati eccellenti il proprio percorso scolastico o universitario. La scadenza per presentare la domanda è fissata al 20 aprile 2026.
Il bando riguarda studenti che hanno conseguito il diploma nell’anno scolastico 2024/2025 e laureati nell’anno 2025. L’obiettivo è riconoscere il merito scolastico e universitario con un contributo economico diretto.
Per accedere è necessario essere residenti nel Comune di Fiumicino da almeno due anni e aver ottenuto il massimo dei voti. Per i diplomati è richiesto il 100/100 senza essere stati ripetenti nell’anno di conseguimento. Per i laureati va indicata la votazione finale, con eventuale lode. È inoltre richiesto di non aver già ricevuto altri premi o borse di studio per lo stesso motivo, fatta eccezione per eventuali agevolazioni universitarie.
Alla richiesta va allegata la documentazione che attesta il titolo conseguito, come diploma o certificato sostitutivo per i diplomati e certificazione di laurea per i laureati. Nel modulo il richiedente dichiara sotto la propria responsabilità il possesso dei requisiti previsti dalla normativa vigente .
Il trattamento dei dati personali avviene nel rispetto del Regolamento europeo sulla privacy e viene utilizzato esclusivamente per la gestione del procedimento, dalla raccolta delle domande fino all’eventuale assegnazione del contributo . Il conferimento dei dati è obbligatorio: in assenza la domanda non può essere accolta.
Per i cittadini il punto centrale è il tempo: la scadenza ravvicinata impone di preparare subito documenti e invio. Chi ha i requisiti deve completare la domanda entro il 20 aprile 2026 per non perdere l’opportunità.
Salute mentale, dalla tecnologia ai contesti: il disagio si intercetta sempre più nella vita quotidiana
Nelle settimane precedenti abbiamo raccontato come tecnologia, dati e strumenti digitali stiano anticipando i segnali del disagio mentale, cambiando il modo in cui leggiamo ansia, stress e depressione. Ma osservando cosa è emerso tra il 6 e il 12 aprile, il quadro si allarga e si fa più concreto: non è più soltanto la tecnologia a intercettare prima il malessere. È la società stessa che sta imparando a riconoscerlo nei contesti in cui nasce.
Le notizie della settimana mostrano un passaggio netto. Il disagio mentale non viene più osservato solo attraverso i sintomi, ma attraverso ciò che li genera e li accompagna: le relazioni familiari, le fasi della vita, la scuola, i territori, persino il clima sociale globale. Non è un cambiamento teorico, è già visibile nei fatti.
Un primo segnale arriva dalla genitorialità.Come riportato da Focus, la salute mentale dei padri può peggiorare fino a un anno dopo la nascita di un figlio, aprendo uno spazio di riflessione su un disagio spesso poco riconosciuto (“Come cambia la salute mentale dei papà durante il primo anno di vita del figlio?”). Qui il punto non è solo clinico. È sociale: il malessere si manifesta dentro una trasformazione del ruolo, dentro una fase delicata della vita, non necessariamente dentro una diagnosi.
Nella stessa direzione si muovono le iniziative territoriali. L’Università di Siena segnala il ritorno del Festival della salute mentale e, soprattutto, una crescente attenzione verso gli adolescenti, con percorsi e spazi dedicati alla presa in carico precoce del disagio (“Torna il Festival della salute mentale”, Unisi). Questo significa che il sistema sta provando a intercettare il problema prima che diventi emergenza, dentro la quotidianità delle persone.
Un altro asse riguarda l’ingresso della cultura e dell’educazione nei modelli di benessere psicologico. Una review pubblicata su Nature Reviews Psychology, ripresa anche da fonti universitarie italiane, evidenzia come le arti possano contribuire alla salute mentale attraverso dinamiche che coinvolgono relazioni, partecipazione e processi cognitivi (“Le arti migliorano la salute mentale”, Unich). Parallelamente, progetti europei come SMILES portano il tema del benessere emotivo direttamente nelle scuole, considerandolo parte integrante dell’apprendimento (“SMILES, il progetto Erasmus+…”, Orizzonte Scuola).
Non si tratta di trasformare tutto in slogan, ma di riconoscere che la prevenzione passa sempre più da ambienti ed esperienze, non solo da interventi successivi. È una linea che richiede rigore anche nell’informazione: raccontare la salute mentale significa evitare semplificazioni e verificare sempre le fonti .
C’è poi un elemento trasversale che attraversa più notizie della settimana: l’impatto del contesto globale. Dalle analisi riportate dal Corriere della Sera sull’aumento di ansia e depressione negli ultimi anni, fino ai progetti che trasformano l’eco-ansia in attivismo giovanile, emerge una lettura diversa del disagio.
Non è più solo individuale. È sempre più legato a un ambiente percepito come instabile. Guerre, crisi economiche e cambiamenti climatici non fanno da sfondo, ma diventano fattori attivi nella costruzione del benessere o del malessere psicologico.
Accanto a questo cambiamento resta però un nodo aperto. Se da un lato aumentano gli strumenti per intercettare il disagio – dalla tecnologia alla scuola, dalla cultura ai servizi territoriali – dall’altro non sempre cresce allo stesso ritmo la capacità di risposta.
Lo dimostrano anche le discussioni sul superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura psichiatrica, riportate da fonti istituzionali regionali, che riportano al centro il tema della qualità e della dignità dell’assistenza. Riconoscere prima il disagio non significa automaticamente saperlo gestire meglio.
Il cambiamento, però, è ormai evidente. La salute mentale non è più confinata negli spazi clinici o nelle fasi più acute del problema. Si manifesta e viene intercettata nei luoghi della vita quotidiana: nelle famiglie, nelle scuole, nei territori, nelle esperienze culturali e nel modo in cui viviamo il presente. La tecnologia ha aperto la strada, ma oggi è la società intera che sta diventando un sistema di allerta.
Ed è proprio qui che il racconto torna personale. Seguire settimana dopo settimana l’evoluzione della salute mentale non è solo un lavoro di osservazione, ma anche un modo per dare continuità a un percorso iniziato molto prima, quando questi temi non erano ancora al centro del dibattito ma già attraversavano le storie, le fragilità, le domande più profonde.
Da lì nasce anche il nostro racconto, Lasciato Indietro, Armando Editore: un romanzo psicologico che prova a leggere la vita attraverso le sue crepe, senza semplificarle e senza trasformarle in risposte facili. Oggi, mentre la realtà conferma quanto il disagio sia diffuso e spesso invisibile, quel lavoro torna ad avere un senso diverso. Non come soluzione, ma come strumento di lettura.
Perché capire la salute mentale non significa solo informarsi. Significa imparare a guardare meglio. Anche dentro le storie. Anche dentro le proprie.
Analisi della settimana 6–12 aprile: politica, sindacati e diritti dominano il racconto. Ma stipendi, contratti e condizioni restano fuori campo.
Nella settimana appena trascorsa (6–12 aprile) il lavoro è tornato al centro del dibattito pubblico. Il confronto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la ministra del Lavoro Marina Calderone, riportato dall’ANSA, riporta in primo piano un tema sempre più presente nel linguaggio politico: il lavoro povero.
Non è un passaggio secondario. Per la prima volta dopo mesi, il lavoro non è solo uno sfondo ma una questione esplicita. Si parla di interventi, di misure, di possibili risposte.
Eppure, osservando l’insieme delle notizie pubblicate negli stessi giorni, emerge una continuità con quanto già visto. Nel precedente appuntamento avevamo descritto una distanza precisa: il lavoro veniva citato spesso, ma raramente raccontato nelle sue condizioni reali. Questa settimana quella distanza non scompare. Cambia forma.
Accanto al piano politico, il racconto si sviluppa lungo direttrici ormai consolidate. I sindacati tornano a denunciare criticità: dalla precarietà nella ricerca, al centro delle mobilitazioni segnalate dalla FLC CGIL, alle possibili limitazioni dei diritti nella scuola. Allo stesso modo, diverse organizzazioni riportano al centro il tema delle tutele e delle condizioni di lavoro, mentre associazioni e istituzioni rilanciano il tema della dignità e dell’inclusione.
Tra i casi più evidenti, torna nei titoli la questione dei caregiver familiari, spesso richiamata nel dibattito pubblico ma ancora priva di un pieno riconoscimento economico e giuridico. Un lavoro quotidiano che resta, di fatto, fuori dalle categorie tradizionali.
Il lavoro è ovunque. Ma resta difficile vederlo. Il lavoro povero entra nel linguaggio pubblico. Ma nei titoli continuano a mancare gli elementi che lo rendono concreto. Non si capisce quanto si guadagna. Non si capisce con quale continuità si lavora. Non si capisce in quali condizioni si vive quel lavoro.
La categoria esiste, ma le sue dimensioni restano sfocate. Questo crea uno scarto nuovo. Perché quando il lavoro povero diventa tema politico senza essere accompagnato da dati e condizioni reali, rischia di trasformarsi in una formula. Una parola che circola, ma che non aiuta davvero a comprendere.
Questo non è solo un problema di linguaggio. È un problema che riguarda direttamente chi lavora. Perché se il lavoro viene raccontato senza numeri e condizioni concrete, diventa più difficile riconoscere quando si è dentro una situazione di precarietà o di lavoro povero. E diventa più difficile anche pretendere diritti, tutele, cambiamenti.
Nel frattempo, proprio nelle pieghe delle notizie, emergono segnali che vanno nella direzione opposta. Le discussioni sul precariato e sui diritti sindacali indicano un problema strutturale che non si esaurisce nelle dichiarazioni, ma che raramente viene raccontato nei suoi effetti concreti sulla vita delle persone.
Il punto allora diventa più chiaro. Il lavoro oggi è più presente nel dibattito. Ma non ancora nel racconto. E finché resta senza numeri, senza condizioni e senza una rappresentazione concreta, anche quando diventa centrale rischia di restare distante.
Capirlo è il primo passo per non fermarsi alle parole. E per tornare a vedere ciò che il lavoro è davvero.
Semplice e saporita, questo tipo di cucuna è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo
La cucina maremmana è una delle più conosciute a livello internazionale, apprezzata per i piatti semplici e genuini che rispecchiano le tradizioni contadine, dove ingredienti poveri combinati con sapienza danno vita a ricette gustose. Dal tagliere di salumi e formaggi alle pappardelle al cinghiale fino alle anguille impanate e fritte, ogni portata è un viaggio negli antichi sapori della terra toscana. Sapori che si possono provare anche nei ristoranti del The Sense Experience Resort 5*L, una struttura di lusso immersa in un contesto paesaggistico unico, che offre la possibilità di partecipare a diverse esperienze enogastronomiche.
Quando si parla della Toscana il primo pensiero che viene in mente sono le iconiche attrazioni storiche e culturali, ma poi la mente stuzzica il palato pensando alla prelibata gastronomia. Una delle espressioni più genuine della tradizione culinaria toscana è la cucina maremmana, dove gli ingredienti semplici, i sapori decisi e il fatto di saper valorizzare al meglio le risorse del territorio sono i tratti distintivi che la rendono unica. Quella della Maremma toscana è infatti una cucina frutto della cultura contadina, dove i piatti sono semplici perché nascono dalla povertà. La gente doveva prepararsi da mangiare con quello che trovava, per questo ancora oggi i saperi che vengono tramandati nei sapori di generazione in generazione rende ogni pasto un’esperienza autentica, fatta di piatti rustici preparati con tecniche che ormai sono parte integrante del patrimonio italiano prima, e mondiale poi. Quella maremmana è una tradizione enogastronomica perfetta per chi è alla ricerca del lato più vero e autentico della Toscana, che lascia il cuore in quel vasto territorio che si estende dalla costa tirrenica fino all’entroterra, dove le tradizioni raccontano la storia della gente che vi abita. La cucina maremmana è una cucina di terra, nata da mani contadine, le cui ricette si basano su ingredienti poveri, ma cosi sapientemente combinati che sanno creare sapori molto ricchi ed intensi, nati dalla necessità di offrire piatti nutrienti preparati con prodotti facilmente reperibili e conservabili come legumi, cereali ed olio d’oliva. Ogni piatto ha la caratteristica di riflettere il suo legame profondo con la terra e con le stagioni, con ingredienti tutti di qualità eccellente, spesso a chilometro zero, coltivati o allevati direttamente nelle campagne toscane.
Ecco quindi sfilare il celebre oro verde, ovvero l’olio extravergine d’oliva, uno degli ingredienti base della cucina maremmana e toscana in generale, che viene utilizzato sia per condire i piatti che per cuocere carne e verdure; il pane toscano senza sale si usa come panzanella e per accompagnare zuppe e sughi, ideale per esaltare i sapori intensi dei piatti maremmani; la carne di cinghiale e la selvaggina sono il simbolo indiscusso della cucina locale; le verdure di stagione tra cui cavolo nero, bietole, e fagioli che sono ampiamente utilizzati in zuppe e contorni, a tutti si aggiungono erbe aromatiche come rosmarino, timo, alloro, e salvia sempre presenti per aromatizzare carni, zuppe e sughi. Gli antipasti maremmani si rifanno soprattutto alla produzione di salumi e formaggi locali. I taglieri di formaggi caprini, ovini e di mucca, non possono mancare sulle tavole toscane: ecco quindi il formaggio di Fossa, il pecorino toscano Dop, lo stracchino e la ricotta. Lo stracchino è un ingrediente fondamentale dei crostini con salsiccia cotti al forno, veloci da preparare e molto gustosi. Un antipasto molto apprezzato soprattutto d’estate è la panzanella maremmana, preparata con pane raffermo, olio, sale, pomodori, basilico. L’acquacotta è uno dei piatti piatti più famosi, nato dall’ingegno delle vecchie massaie: è infatti creato con quel poco che l’arida terra di un tempo era in grado di dare ovvero una zuppa di verdure, cipolle, pane raffermo e sopra l’uovo. I pastori la preparavano quando stavano tutto il giorno nei campi. I tortelli maremmani sono ripieni di ricotta e spinaci, conditi con sugo di carne; lo stesso ragù, come anche quello di lepre, è il condimento anche delle pappardelle, che vengono preparate nella variante con il tartufo in bianco. E ancora maltagliati, ravioli, gnocchi di pane al cinghiale tra i primi piatti.
In Maremma c’è tanto consumo di carne, specialmente quella di cinghiale, che si prepara in umido, al ragù con le pappardelle e con le olive verdi o anche accompagnato da polenta. Un altro piatto iconico è il buglione di agnello, una sorta di spezzatino di agnello cucinato con pomodoro e erbe aromatiche che viene solitamente preparato per Pasqua. Un secondo piatto a base di carne, ma lasciato in bianco, è il capriolo alla palma, che viene fatto marinare per una notte intera negli odori, quindi sfumato con aceto bianco e lasciato cuocere con l’aggiunta di olive nere. Il pesce arriva dal mare e dalla laguna di Orbetello: il risotto di Femminelle, cioè granchi di acqua dolce pescati proprio nella laguna, è uno tra i piatti più rappresentativi, cosi come lo scaveccio, a base di anguille impanate e fritte. Più ricercato il baccalà alla maremmana, piatto tipico della tradizione durante i giorni di festa. Tra i dolcetti più tipici i cantucci di Maremma sono consumati lungo tutto l’arco dell’anno: a base di mandorle e nocciole, sono aromatizzati alle scorze d’arancia, al cioccolato fondente o al peperoncino. La cucina maremmana è un vero e proprio viaggio nei sapori della terra toscana, dove gli ingredienti genuini e le tradizioni secolari portano ad assaporare prodotti semplici e piatti autentici che riportano indietro nel tempo. Al The Sense Experience Resort 5*L situato in un parco affacciato sul mare nel Golfo di Follonica, a rendere uniche le esperienze di soggiorno sono anche le proposte dei due ristoranti, che offrono la possibilità di provare i piatti tipici della tradizione in ambienti suggestivi. A questo si accompagnano le diverse offerte che includono anche tour con degustazioni di vini e piatti tipici.
13 aprile 2026 – Parte nel migliore dei modi la nuova stagione dell’Asd CVSP (Club Veicoli Storici Piacenza), che inaugura il calendario 2026 con il Raduno di Primavera. L’evento ha richiamato circa un centinaio di partecipanti, confermando il crescente interesse attorno al sodalizio piacentino e alla passione per i motori d’epoca.
Il corteo delle auto storiche ha preso il via da Nibbiano, per poi attraversare alcune delle località più suggestive del comune di Alta Val Tidone: Pometo, Carmine, Case Marchesi, fino a raggiungere il Mulino del Lentino, meta della visita guidata che ha rappresentato uno dei momenti più apprezzati della giornata. Il tour si è poi concluso con un pranzo all’agriturismo Casa Galli di Albareto, all’insegna delle eccellenze piacentine. Eventi come questo, d’altra parte, rappresentano anche un efficace strumento di promozione del nostro territorio: basti pensare che tra i partecipanti erano presenti appassionati provenienti da province come Milano, Reggio Emilia, Parma, Pavia e Genova.
Un centinaio i partecipanti, ben 56 le vetture presenti, autentici gioielli su quattro ruote: tra queste un Dune Buggy, una Ferrari 308, diverse Porsche, una raffinata Lancia Gamma Coupé, il leggendario Maggiolone Volkswagen, un Volkswagen T2, una Fiat 500 Siata, oltre a modelli BMW, Mercedes e l’intramontabile Alfa Romeo Duetto.
“La stagione è iniziata molto bene, il meteo favorevole ha certamente contribuito alla grande partecipazione di collezionisti e appassionati. Ringraziamo il Comune di Alta Val Tidone per il patrocinio concesso e tutti i nostri iscritti per la presenza e il sostegno”, ha commentato Giorgio Mazzocchi, presidente del CVSP.
Prossimo appuntamento il 17 maggio, con la Bobbio-Penice, storica manifestazione riservata alle moto.
Ma il CVSP non è soltanto passione per i veicoli storici. Da anni il club porta avanti un impegno concreto verso il territorio e le nuove generazioni, investendo in progetti sociali e formativi. Da oltre due anni, infatti, il sodalizio ha instaurato un rapporto di stretta collaborazione con il Campus Agroalimentare Raineri-Marcora.
Recentemente il club ha donato all’istituto la “Bottega del Campus”, un elegante stand in legno destinato alla vendita di fiori, piante ornamentali e prodotti agricoli di qualità come miele, ortaggi e vino. Un gesto che va a confermare un legame già molto consolidato nel tempo: in passato il CVSP aveva già supportato la scuola con la donazione di attrezzature, la ristrutturazione di una serra e l’organizzazione della cena sociale natalizia all’interno del campus.
A queste iniziative si aggiungono oggi l’acquisto di attrezzature per la cucina dell’istituto alberghiero e il restauro del bancone bar utilizzato dagli studenti come laboratorio didattico. Interventi possibili grazie ai fondi raccolti attraverso iscrizioni ed eventi. Insomma, non solo passione per i motori, ma anche per il proprio territorio.
Il fondatore di One Language Centre e ideatore del World Fashion Tour riunisce volti noti tra istituzioni, tv e moda per una serata esclusiva nella Capitale
Serata esclusiva ad aprile nello storico ristorante “La Locanda del Gatto Nero”, punto di riferimento della mondanità romana, dove si è tenuto il party VIP per il compleanno del manager Marco Casciani. Un evento che ha riunito imprenditoria, spettacolo e istituzioni in un contesto informale ma altamente rappresentativo delle relazioni sociali e professionali della Capitale.
Marco e Maria Casciani
Marco Casciani, figura di spicco dell’imprenditoria romana, è cofondatore della scuola internazionale di lingue ONE LANGUAGE CENTRE, realtà conosciuta anche come “La Scuola dei VIP” e protagonista di una rilevante campagna pubblicitaria sulle principali reti nazionali. Accanto all’attività formativa, Casciani è anche coideatore e produttore del World Fashion Tour, progetto che unisce moda, arte e cultura, presentato lo scorso anno presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati e destinato ad approdare in televisione nel prossimo autunno con un nuovo format.
La serata ha visto la partecipazione di numerosi ospiti del mondo dello spettacolo, dell’informazione e delle istituzioni. Tra i presenti, la showgirl e attrrice Nadia Bengala, accompagnata dal consorte Alessandro, la giornalista e presentatrice Barbara Castellani con il marito Giuseppe Giannone, l’Onorevole Fabrizio Santori e il presentatore, attore ed event manager Fabrizio Pacifici.
Nadia Bengala, Barbara Castellani
Tra gli altri ospiti, l’attore Pietro Romano, l’imprenditore Stefano Roncaccia insieme alla moglie Rita Castellucci, l’autore televisivo Mauro Calandra e la fotografa internazionale Kristina Georgieva, nota per aver immortalato star come Angelina Jolie e Monica Bellucci. Presente anche la Dottoressa Pina Stabile della Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio e Mary Rosati, imprenditrice e stilista del brand Mary Rose Couture, già assistente personale di Valentino Garavani e volto televisivo.
Fabrizio Santori, Marco Casciani, Kristina Georgieva
L’intrattenimento musicale è stato affidato al duo Gocce di Musica, che ha coinvolto gli ospiti con karaoke, balli e revival musicali, contribuendo a creare un clima conviviale e partecipato.
A documentare l’evento, gli scatti dei fotografi dei VIP Paola Caputo e Giancarlo Fiori, che hanno raccontato attraverso le immagini i momenti salienti della serata.
Al di là dell’aspetto mondano, l’incontro ha rappresentato anche un momento di networking tra professionisti e protagonisti di diversi settori, confermando il ruolo di Roma come crocevia di relazioni tra cultura, impresa e spettacolo.
Salute, Tiso(Accademia IC): “Ambiente urbano incide su qualità vita anziani”
“L’invecchiamento della popolazione è una delle trasformazioni sociali più significative del nostro tempo. Tuttavia, quando si parla di terza età, l’attenzione si concentra spesso su salute, pensioni o assistenza, trascurando un elemento fondamentale: l’ambiente in cui gli anziani vivono ogni giorno. L’ecologia dell’invecchiamento studia proprio questo: il rapporto tra la persona anziana e il contesto urbano, analizzando come spazi, servizi e infrastrutture possano favorire o ostacolare autonomia, sicurezza e benessere. È un tema cruciale per chi progetta le città del futuro, perché una città che funziona per gli anziani funziona meglio per tutti. Un ambiente urbano sano e moderno infatti può sostenere la loro autonomia. Ad esempio, le panchine non sono semplici arredi urbani, ma per molti anziani rappresentano la possibilità di uscire, camminare, socializzare. Così come importanti sono marciapiedi sicuri e accessibili, l’illuminazione pubblica, e trasporti a misura di cittadino. L’ecologia dell’invecchiamento, poi, non riguarda solo la mobilità, ma anche la qualità delle relazioni. Parchi, piazze, centri civici e percorsi pedonali ben progettati diventano luoghi di incontro, prevenendo solitudine e isolamento. La presenza di verde urbano, inoltre, ha effetti positivi su stress, memoria e umore. In conclusione, l’ecologia dell’invecchiamento ci ricorda che la qualità della vita degli anziani non dipende solo dalla salute o dall’assistenza, ma anche e soprattutto dall’ambiente in cui vivono. Investire in spazi urbani a misura di terza età significa costruire comunità più forti, più solidali e più vivibili per tutti. Perché una città che accoglie chi è più fragile è una città che funziona davvero”.
Lo dichiara in una nota Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della Associazione Bandiera Bianca.
Sabato 18 e domenica 19 aprile, dalle ore 10:30 alle 19:30, il Parco Laurentino (Via di Trigoria 62) ospita l’Holi Color Festival – Kids Edition, un evento pensato per famiglie e bambini, dedicato al gioco all’aria aperta, alla creatività e alla condivisione. Per due giornate, il parco si trasformerà in uno spazio esperienziale dove i più piccoli potranno esprimersi liberamente attraverso attività ludiche, laboratori creativi e momenti di intrattenimento pensati per stimolare socialità e immaginazione. Elemento centrale dell’evento sarà il lancio delle polveri colorate, ispirato alla tradizione dell’Holi Festival , un momento collettivo accompagnato da musica, che coinvolgerà bambini e famiglie in un’esperienza immersiva. Accanto a questo, il programma prevede: – giochi di gruppo con il paracadute arcobaleno – attività come il gioco delle bandane – un’area dedicata ai laboratori creativi, dove i bambini potranno realizzare piccoli progetti da portare a casa – area Family Park con jumping pillow, gonfiabili ed area sport. – Miniclub : un’area esclusiva e attrezzata con animatori dedicati, pensata per offrire attività strutturate come laboratori creativi, esperimenti scientifici, attività con il DAS e giochi sempre nuovi.
Il servizio è disponibile tutti i giorni di apertura del parco, su prenotazione obbligatoria, ha una durata di 1 ora e un costo di 5€, con posti limitati. L’intera area è organizzata per garantire accessibilità e sicurezza, offrendo al tempo stesso un ambiente informale e rilassato per le famiglie. Durante l’evento sarà attiva anche un’area food con una selezione semplice e adatta a tutti, tra cui pizza ripiena, street food e gelato artigianale. Per migliorare la gestione dei flussi, sarà attivo un sistema QR code saltafila, che permetterà a tutti di ordinare cibo e bevande direttamente dal proprio smartphone, evitando attese.
L’ingresso al Parco sarà gratuito per tutti, con possibilità di prenotazione consigliata in caso di eventi, tramite link eventbrite, per una migliore gestione degli accessi. L’accesso al Family Park è riservato ai soci: il costo del tesseramento è di soli 5€ per tutta la stagione 2026 ed è obbligatorio solamente per i bambini (fino a 14 anni) e per un accompagnatore. Può essere effettuato direttamente in loco tramite sistema QR code, in modo rapido e autonomo.
A Viterbo lo sport esce dai campi e conquista la piazza
“Let’s Move Together” prosegue il suo viaggio e, per la seconda tappa, fa tappa a Viterbo, presso il Circolo Sportivo Santa Barbara. Un appuntamento che conferma la forza e il valore di un progetto promosso da EPS Lazio, capace di unire tutte le realtà della promozione sportiva con un obiettivo chiaro: portare ogni disciplina tra la gente, rendendo lo sport accessibile, inclusivo e protagonista in ogni provincia del Lazio.
A Viterbo non è stata solo una giornata di attività, ma un vero momento di condivisione e partecipazione. Tante le discipline presenti, tante le associazioni coinvolte, e soprattutto tantissimi cittadini che hanno scelto di mettersi in gioco, provare, scoprire e vivere lo sport in prima persona. Perché è proprio questo lo spirito dell’iniziativa: abbattere le barriere tra atleti e pubblico, trasformando ogni spettatore in protagonista.
Alla tappa hanno preso parte anche il Sindaco del Comune di Viterbo e l’Assessore allo Sport, a testimonianza dell’attenzione delle istituzioni verso iniziative che valorizzano il territorio e promuovono sani stili di vita, soprattutto tra i più giovani.
“Let’s Move Together” non è solo un evento itinerante, ma un percorso che costruisce comunità, rafforza legami e restituisce allo sport il suo ruolo più autentico: quello di strumento di inclusione, crescita e benessere.
Non spettatori, ma partecipanti. Non un evento, ma un’esperienza condivisa.
Anche Viterbo ha risposto presente. E questo è solo un altro passo.
Ostuni celebra i 400 anni della Basilica di San Pietro: studenti protagonisti e Roma riferimento simbolico della memoria condivisa
Il nome di San Pietro, cuore religioso e simbolico della Capitale, al centro di una celebrazione che si è svolta a Ostuni. Nella città pugliese è stato ricordato il IV centenario della Basilica di San Pietro, dedicata nel 1626, con un’iniziativa che richiama direttamente il legame con Roma.
L’incontro si è tenuto nella Sala Convegni della Banca di Credito Cooperativo di Ostuni ed è stato promosso dalla Banca, dall’Associazione Amici della Biblioteca Diocesana “Raffaele Ferrigno” e da Italia Nostra – Sezione Messapia APS.
Ad aprire i lavori è stata Ilaria Pecoraro, che ha ripercorso il significato storico della dedicazione della Basilica:
«Abbiamo voluto avviare un percorso culturale che guardi al futuro, coinvolgendo soprattutto le nuove generazioni nella riscoperta del nostro patrimonio».
Protagonisti dell’incontro gli studenti del Liceo “Pepe-Calamo”, che hanno partecipato attivamente al confronto. Durante l’iniziativa è stato sottolineato che «non bisogna sottovalutare la partecipazione dei giovani perché rappresenta un elemento fondamentale per la crescita della comunità».
A riconoscimento del loro impegno, ai ragazzi è stata consegnata una lettera di Giorgio La Pira e una copia di un cantico dantesco, simboli del legame tra educazione civica, cultura e tradizione.
Il presidente della Banca di Credito Cooperativo di Ostuni, Francesco Zaccaria, ha evidenziato il valore del lavoro svolto dagli studenti:
«Avete saputo raccontare con chiarezza e passione un patrimonio di grande valore. Continuate su questa strada, perché è così che si costruisce il futuro».
A sottolineare il dialogo tra generazioni è stata Teresa Legrottaglie, responsabile della Biblioteca Pubblica Diocesana “Raffaele Ferrigno”:
«Abbiamo bisogno dei giovani e dobbiamo camminare insieme. È necessario passare dall’egosistema all’ecosistema, costruendo relazioni che permettano di crescere insieme».
Nel corso dell’incontro è intervenuta anche Teresa Lococciolo, presidente del Forum della Società Civile:
«Dobbiamo avere la stessa cura anche per ciò che ci circonda ogni giorno, dalle mura al bianco della città, che rappresentano la nostra identità».
Il significato dell’iniziativa supera i confini locali: il riferimento a San Pietro lega Ostuni a Roma in un percorso comune di memoria e identità. Un elemento che riguarda anche i cittadini laziali, chiamati a riconoscere e valorizzare un patrimonio che, pur diffuso sul territorio nazionale, ha nella Capitale il suo centro simbolico.
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