Dal promontorio di Circe alle incisioni su vetro, l’arte di Valentina Rapone trasforma il calice in racconto e identità locale
A San Felice Circeo i calici incisi a mano non sono semplici oggetti. Il lavoro di Valentina Rapone colpisce per una qualità rara: più lo si osserva, più emerge la necessità di raccontarlo.
Sono segni sottili nel vetro che riportano alla luce un immaginario antico, quello di Circe e Ulisse, e lo fanno entrare nella vita quotidiana attraverso un gesto concreto, quello del bere. Dietro questo lavoro c’è il percorso di Valentina Rapone. Un percorso che non nasce dal vetro ma dalla musica.
“Sono cresciuta in un contesto dove l’arte è stata sempre importante”, racconta. Il pianoforte, gli studi al conservatorio di Frosinone, poi un cambiamento che arriva più avanti, quasi inatteso.

Lo sguardo racconta già qualcosa. Non cerca chi osserva. Va altrove, come se l’immagine esistesse prima ancora di diventare incisione. In quella concentrazione si riconosce il suo lavoro: essenziale, preciso, senza distrazioni.
È un viaggio a Venezia a segnare la svolta. A Murano incontra l’incisione e da quel momento qualcosa cambia direzione.
“Ho conosciuto l’arte dell’incisione… un’arte che mi ha affascinato da subito”. Non è stato un passaggio semplice. Il vetro non è un materiale che perdona. Ogni segno resta. “All’inizio è stata molto difficile… ma il mio carattere determinato mi ha permesso di avvicinarmi a lei”.
Il tratto distintivo dei suoi calici incisi a mano è proprio questo: la scelta di non utilizzare lavorazioni automatiche. Nessun laser, nessuna replica. Ogni incisione è eseguita a mano, con tempi lunghi e margine di errore reale. È una pratica che richiede attenzione continua e una relazione diretta con il materiale.

Il primo impatto è visivo. I calici si allineano e il blu non è colore, ma scelta. È il fondo che li accoglie e li mette in risalto, guidando lo sguardo verso l’incisione. Il vetro resta protagonista, mentre tutto intorno serve a farlo emergere. Non è solo esposizione: è un equilibrio costruito.
Quando i calici vengono disposti in sequenza, il richiamo al territorio diventa evidente. Il colore dialoga con il mare del Circeo, mentre la disposizione ordinata crea un ritmo visivo che accompagna lo sguardo è un ambiente che si costruisce mentre lo si guarda.

Dentro questo ambiente entra il mito. Le figure incise sui calici, spesso femminili, richiamano Circe. Non in modo illustrativo, ma evocativo. Linee essenziali, leggere, che sembrano emergere dal vetro più che essere incise. La luce attraversa il segno e lo completa, rendendo ogni calice diverso a seconda di come viene guardato.
La figura appare e quasi scompare. Resta sospesa, in equilibrio tra presenza e apparizione. Il tratto è essenziale, lascia spazio al vetro e alla luce. Non invade, affiora. Ed è proprio lì che il mito prende forma.

È qui che il lavoro smette di essere decorazione e diventa racconto. Il mito non viene spiegato, ma suggerito. Rimane sospeso, come la figura nel vetro.
Il legame con il territorio si concretizza anche nella collaborazione con la Pro Loco di San Felice Circeo. I calici diventano souvenir d’autore, ma con una funzione diversa da quella tradizionale. Non oggetti da consumo rapido, ma elementi che trattengono una memoria.
“I miei lavori sono stati scelti come souvenir d’autore… ed è nato un rapporto che mi ha portato a diventare parte della Pro Loco”.
In questo passaggio il calice smette di essere solo un oggetto artistico e diventa anche un segno pubblico. È un modo per dire che il territorio può essere raccontato non soltanto dagli eventi, ma anche dalle mani che lo reinterpretano.
Un altro livello del lavoro di Rapone è il dialogo con il mito classico. Quando accanto al calice compare l’Odissea, il riferimento non è didascalico. È un ponte. La parola diventa immagine, il racconto diventa incisione. Ulisse non è più solo nella pagina, ma entra nella materia.
Il lavoro di Rapone si sviluppa anche attraverso la relazione diretta con chi richiede l’opera.
“Ogni lavoro è creato su personalizzazione del cliente… ma sempre con un’eleganza che fa la differenza”. La personalizzazione non è adattamento meccanico, ma interpretazione. Ogni richiesta viene filtrata da uno stile riconoscibile.
Negli ultimi anni questo percorso ha portato visibilità, collaborazioni, nuove opportunità.
“Il mio lavoro mi ha portato ad avere grande visibilità… e a collaborare con realtà importanti”. Ma il punto centrale resta un altro. La direzione non è programmata. “Non programmo il mio futuro artistico… cerco di vedere dove mi porterà”.
In un territorio come il Circeo, dove il mito è già parte del paesaggio, lavori come questi aprono una riflessione concreta. Quanto può diventare forte un’identità locale quando riesce a passare anche attraverso oggetti, immagini e gesti quotidiani?
I calici incisi a mano rispondono senza dichiararlo. Restano lì, tra luce e trasparenza. E ogni volta che vengono sollevati, riportano con sé un frammento di storia.

