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Paolo Battaglia La Terra Borgese: «La luce che Mario Pachioli, abruzzese e fiorentino, diffuse con la potente grammatica della scultura»

La luce è uno degli aspetti fondamentali della scultura – afferma il Critico d’arte Paolo Battaglia La Terra Borgese: “L’uso della luce, soprattutto nel contrasto con l’ombra, è fondamentale nella scultura, e Mario Pachioli lo sapeva bene”: “Tu sai benissimo! caro Paolo, che non si scolpisce con gli attrezzi, ma con la luce”, ripeteva canzonatorio, inossidabile, lui, quando con facezia io lo spingevo verso seni più seducenti e provocanti

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L’Artista tosco-abruzzese Mario Pachioli se n’è andato via a soli settantacinque anni, appena dodici mesi fa… il 29 novembre 2024, all’improvviso, oppresso da gravi disturbi. Qui, lo chiamerò anche e semplicemente “Mario” – precisa il Critico d’Arte Paolo Battaglia La Terra Borgese – perché eravamo e siamo amici, uniti da irrinunciabili, forti, chiari sensi di vera stima e intensità emotiva, da un afflato aulico e solenne che ha ispirato il nostro potente legame d’arte, che ci ha tenuto, ci tiene e sempre ci terrà, stretti, in un valido silenzio artistico comune, anche se lui qui non c’è più.

Sembrerebbe superfluo dare ora qui impulso alla sua concreta formazione accademica, tratteggiare dei suoi monumenti, sobri e composti, del clima dei tanti riconoscimenti pubblici, dei curricula, vitae e artistico; perché, tanto, si potrebbe pensare, chi vuole trova tutto ciò su internet. Ma Mario era Mario: Mario era Pachioli. E sulle sue opere corre un dovere di studio tipizzante, l’analisi attenta che, trasversalmente, esse meritano. Perché Pachioli fu Uomo ed esperto Scultore di elevata sensibilità, privo di toni accesi, anzi, quasi sottotono, capace di plasmare a partire da una corrispondenza esattamente calcolata tra gli effetti plastico-luminosi e gli elementi dello spettacolo, mai in atteggiamento misoneista, coerente ma aperto a ulteriori sviluppi. Van Gogh gli avrebbe detto: sei un girasole in un campo di rose e laddove gli altri vedono una stranezza, io ci vedo una rarità.

Sì, perché Pachioli, nella ricerca di un linguaggio rigorosamente senza scorciatoie, non replicante, fu anche un abile disegnatore, e, totalmente libero dalla letterarietà, frenava velocemente sul foglio i moti interiori più transitori e i turbamenti più indefinibili: scopriva nel disegno pure uno strumento sicuro ed efficientissimo per accostarsi agli innumerevoli studi sulla figura umana. Penso anche agli ampi fogli preparatori di straordinaria facondia, progettuali, e costruttivi di estetica – si sofferma Paolo Battaglia La Terra Borgese – per opere d’immenso carico quali, ad esempio, quelle celebri come il monumento a Padre Pio e la statua della Vergine Assunta a San Gimignano, caratterizzate da un controllo intellettuale lucido e rigorosissimo. 

Contemporaneamente, ahinoi, rifletto – dice il Critico – sugli ultimi decenni: confesso quanto triste è notare come, in questi, la prospettiva della bellezza dell’arte è stata soffocata da parodistici e demoralizzanti show da parte di pretese Avanguardie sempre “nuove” quanto sedicenti, spesso effimere, di breve, fugace passaggio, per di più in un’Europa di alta cultura e maestria tecnica, un’Europa dove l’arte, da sempre, scopre e indica le più riposte e convincenti bellezze scultorie. Un’Europa dove, col piede giusto, Pachioli intreccia solidi legami con il mondo artistico e culturale, ricevendo fiducia, rispetto, premi e riconoscimenti, così che talune sue opere, tutte utili e confacenti allo splendore dell’arte, sono adesso, con equanimità, bene conservate all’estero in sistemi complessi d’importanti Istituti Museali Internazionali, come in quello a Cracovia, quello a Varsavia e persino a Cancún, città messicana sulla penisola dello Yucatán, solo per citarne alcuni.

E tra le amicizie di Mario Pachioli – puntualizza Paolo Battaglia La Terra Borgese – non sono rare le figure di spessore del calibro di Franco Zeffirelli. Dunque in quella stessa Europa delle ultimissime Avanguardie arbitrarie, e lacunose e dozzinali, Pachioli è, in Italia, un artista centrale, stabile, colto, corroborato da diverse spinte intellettuali, e quale sia l’argomento di concetto, di qualsivoglia accordatura estetica, in Mario tutto diviene fatto modellabile, scultoreo, spendibile in un senso identitario antico e immutabile: sebbene il vigore creativo e poetico espresso da Pachioli, attraverso la scultura, vive coniuge con un senso moderno di innato surrealismo sdoganato da vincoli greci e romanici, soprattutto romanici, che Pachioli – si può dedurre – lo si legge nelle forme – considera messaggi religiosi improntati (sempre al massimo rispetto) per un pubblico analfabeta.

Meccanismi incerti, museologi distratti, conservatori poco attenti, o sommessamente o elegantemente mai appellati dall’entourage pachiolesco, hanno smarrito parte della valorizzazione culturale italiana. Sì, perché le opere del Pachioli avrebbero dovuto essere – come tuttora andrebbero – musealizzate anche in quei luoghi che pure Federico Zeri avrebbe voluto liberi dai Baroni del potere Accademico e mercantile, da cariatidi bene inserite nelle Case Editrici, nella Radio e nella Televisione. Aggiungo io: per il bene dell’arte e dell’onestà morale integrale – precisa Battaglia La Terra Borgese -, per la correttezza e la virtù, per un sincero modello da offrire non pleonastico, come, stringente, testimonia Maurizio Cattelan con la sua opera Comedian, quella vera banana a parete trattenuta dal nastro adesivo argentato, quel frutto deperibile quanto l’arte quando è effimera persino nella stima del suo valore: un frutto/seme “guida” da tramandare ai giovani talentuosi e offerto – sacrificato – alla rettitudine del pensiero artistico, alla cultura dell’arte vera, per promuovere il bene di tutti, per unire il vero al reale, senza corruzione, senza trasformismi, senza individualismi.

È in tutto questo, c’è l’abilità, la perizia, il mestiere, la tecnica, la teoria, c’è l’onestà intellettuale di Mario, ispirata ai superiori principi dell’ars: per cui nessuna delle sculture di Pachioli è fine a se stessa – osserva il Critico. In esse, a prescindere dal soggetto, in anticipo al gioco dell’idea/attuazione figurativa, viaggiano, a favore di una maggiore efficacia, apparenze e sostanze, visioni, proposte e interpretazioni, modi di essere e di vivere, portamenti e comportamenti, tutti aspetti che galoppano su ingiustizie e giustizie: una ballerina attraente, bella, audace – ad esempio – rispetta le regole della danza ma ha lo sguardo critico, è sensuale, sagittabonda, ma con un occhio alla moralità e l’altro alla dissolutezza, è armoniosa quanto spigolosa, generosa ma in armi da difesa, accogliente ma decisa. S’inserisce qui – spiega Paolo Battaglia La Terra Borgese – il motivo sbalorditivo del genio pachiolesco della vanità delle apparenze – che s’individua nelle immancabili preziose spigolosità, non geometriche, autentiche, di ogni scultura del Pachioli – dietro alle quali c’è un vizio universale, come nella felicità più aperta è l’ombra del dolore e in ogni slancio d’allegria il difetto, come se per Pachioli tutto il mondo è en défaut, persino in incredibile contrasto teleologico col criterio esegetico cattolico di cui lo scultore fu particolarmente ghiotto, a nutrimento di una sensibilità, anelata, che si ponesse al vertice di tutte le rettitudini umane e di tutte le giustizie.

Tuttavia si afferma in Pachioli – chiarisce Paolo Battaglia La Terra Borgese – la necessità di una forma definita compiutamente nei suoi contorni, ma che custodisca una grande profondità di concetto e di concetti: abbiamo perciò il meditabondo e brillante Pachioli ritrattista, di rara perspicacia psichica che riempie i disegni con colori giustapposti in larghe superfici indipendenti, il Pachioli zoofilo audace e perspicace che osserva la realtà oggettiva con gusto assai pronto, astuto e intelligente, ragiono sulle sue esecuzioni di quei cavalli ieratici che, senza paura, sono di efficace potenziamento epico, il Pachioli allegro e quasi satirico di talune figure femminili a volte emblematiche dei sentimenti nascosti dietro le fittizie apparenze, il Pachioli religioso osservante, giacché i motivi relativi alla religione cristiana di fede cattolica spesso regnano la sua arte intrisa di allegorie d’una sonorità simile a quella di un terso cristallo, e, infine il Pachioli della monumentalità tra imponenza e solennità, che si piega docilmente alle necessità obbedienti a severe leggi rituali: la statua a Padre Pio all’Ospedale civile di Vasto; e, ancora dedicato alla figura San Pio da Pietrelcina, il monumentonella Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio a Firenze, inauguratoda Madre Teresa di Calcutta – meraviglie di pianificazione e di illuminazione metafisica che lasciano trasecolati.

In questa lirica, che a un certo punto della sua carriera e della sua salute, può definirsi un addio alla giovinezza, è vissuto Mario; bensì sempre spinto da un’innata gioia interiore, carismatica, che fu la bellezza che anima tutte le sue opere, è quello stesso tipo di bellezza delle piante, quelle piante che Mario Andrea Rigoni definì come “i soli esseri viventi in questo universo che non producono rumore né rifiuti”: è l’eleganza di Pachioli.

E in certi recenti abbacinanti momenti disorientativi (dis)avanguardisti, colmi di protervia, l’arte del probo Mario Pachioli ci è stata di incitamento e di basamento etico, e ha costituito la memoria della nostra storia artistica con raffinato megafono sociologico e precise doti spirituali caratterizzati dall’enfasi su uomo e natura, su uomo e religione, nella piena ricerca di armonia e perfezione attraverso canoni di proporzione magnetica e simmetria, idealizzati anche con un ricorso strabiliante imparentato alla pittura vascolare.

Pochi scultori ci hanno offerto un più realistico e lucido quadro della nostra condizione, un più preciso ritratto della moderna nevrosi, e dei fallimenti e frustrazioni; e tuttavia Mario, come le sue stesse creazioni, riesce a conservare una non astratta speranza nella capacità di certi valori umani, e di certi sentimenti, e insomma della vita stessa: Mario Pachioli amava gli animali non umani e quelli umani, convinto, com’era, senza la pretesa di suggerire, che la libertà è un concetto fondante e fondativo dell’aggregazione tra esseri viventi; libertà fortemente auspicata anche da me – chiude Battaglia La Terra Borgese.

Nota post scriptum di Paolo Battaglia La Terra Borgese. L’insigne scultore Mario Pachioli operò come Maestro di Scuola nel suo studio esclusivo all’atelierhaus di Viale John Milton a Firenze: Palazzo dei Pittori. Palazzo dalla struttura architettonica che risente del periodo umbertino in cui fu costruito. Palazzo dove Giovanni Papini incontra per la prima volta Gabriele D’Annunzio nello studio dello scultore siciliano Domenico Trentacoste. Palazzo che ha ospitato nomi illustri: il pittore svizzero Arnold Böcklin, uno dei principali esponenti del simbolismo tedesco, che qui concepì la sua opera più famosa “Die Toteninsel” (Isola dei Morti), lo scultore Giuseppe Graziosi, Arrigo Dreoni, Giorgio Gentilini, Renato Alessandrini, Bruno Bartoccini, Remo Squillantini e tantissimi altri nomi celebri.

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