Alla Grotta dei Templari del Circeo una serata intensa con Anna Agostiniani, Michele Albini e la voce di Rosalba Musolino: il pubblico, profondamente coinvolto, sceglie il silenzio e si mette in fila per i libri, alla ricerca della parte di storia rimasta ancora da scoprire.
Nella suggestiva cornice della Grotta dei Templari, oggi sede della Pro Loco del Circeo, una location carica di fascino e memoria nel cuore del borgo storico, la presentazione dei libri di Anna Agostiniani, all’anagrafe Rosanna Cervelli si è trasformata in qualcosa di più di un semplice evento culturale. Non una conferenza, non una promozione editoriale, ma un attraversamento umano che ha tenuto il pubblico – eterogeneo – incollato alle sedie per oltre un’ora, in un silenzio carico di ascolto, empatia e riflessione.
Al centro della serata i libri “396 Questa ero io” e “Perché? – Una storia vera” (Edizioni Sprint), nati anche dalla collaborazione con Michele Albini, in cui l’autrice racconta senza filtri una vicenda autobiografica segnata da abbandono, violenza e ricerca dell’identità.

La serata ha trovato una sua misura precisa anche grazie a chi l’ha resa possibile. Valentina Rapone, artista e organizzatrice dell’evento, ha accompagnato con sensibilità un incontro delicato, dando forma a un appuntamento che non si è limitato alla presentazione di un libro, ma ha creato uno spazio di attenzione reale attorno a una storia dolorosa e necessaria. Un ringraziamento va anche a Manuel Attardo, presidente della Pro Loco del Circeo, per aver messo a disposizione una sede così suggestiva, contribuendo a fare della location non un semplice contenitore, ma una parte viva dell’atmosfera della serata.

Sul palco, accanto all’autrice, Michele Albini, attore e scrittore, che ha contribuito alla stesura dei libri e che durante l’incontro ha interpretato alcuni passaggi, dando voce e corpo a una storia che nasce da un’esperienza reale e dolorosa.

A impreziosire ulteriormente la serata, la voce di Rosalba Musolino, cantante e amica di Anna, presenza discreta ma incisiva, capace di aggiungere intensità emotiva e allo stesso tempo un tocco di leggerezza al racconto.

La storia di Anna Agostiniani parte da un’assenza. Nasce e non viene riconosciuta, cresce in istituto fino a quattro anni e otto mesi, senza una carezza, senza un riferimento affettivo. Racconta con lucidità ciò che è mancato più di tutto:
“Lì avevamo tutto, tranne una cosa: qualcuno che ci dicesse ti voglio bene”.

È una frase che non cerca effetti, ma li produce. Perché dentro c’è il punto esatto in cui una vita prende una direzione.
L’adozione, che dall’esterno rappresenta una possibilità, nella sua esperienza si trasforma in un contesto segnato da violenza e umiliazione. È qui che emergono i temi centrali dei libri: il trauma infantile, la costruzione dell’identità, il bisogno primario di amore e il modo in cui la sua assenza modifica profondamente la percezione delle relazioni. Non è un racconto che cerca pietà, ma comprensione. Non semplifica, non giustifica, ma restituisce complessità.
Accanto alla voce di Anna, quella di Michele Albini introduce un altro livello, quello dell’identità negata. Il racconto si allarga e diventa collettivo, toccando la condizione di chi nasce senza conoscere le proprie origini.
“Mi sento come un albero senza radici”
è una delle immagini più forti emerse durante la serata, perché traduce in modo immediato un vuoto che non è solo emotivo, ma anche concreto, quotidiano, perfino sanitario.
La ricerca della madre biologica attraversa tutta la vita di Anna. Una ricerca ostinata, a tratti disperata, che passa dalla televisione, dalle interviste, dai tentativi personali, fino all’incontro con le istituzioni. È qui che il racconto si sposta su un piano civile, mettendo in luce i limiti normativi e le difficoltà di accesso alle informazioni per i figli non riconosciuti.
Ma è anche qui che emerge un altro elemento fondamentale: il ruolo delle persone dentro le istituzioni. Non un sistema monolitico, ma una realtà fatta di differenze, tempi, sensibilità.
Il passaggio decisivo arriva quando riesce a dare un nome alla madre e a ricostruirne almeno in parte la storia. Una ragazza di quindici anni, sola. È il momento in cui la rabbia lascia spazio a una forma diversa di consapevolezza. Da lì, il percorso legale attraverso il Tribunale per i minorenni di Roma, l’attesa, la promessa, fino alla chiamata che cambia tutto. L’incontro non viene spettacolarizzato, non viene forzato. Viene raccontato con misura, lasciando spazio al non detto, a quella sospensione che appartiene solo a chi vive certi momenti.
Ma la serata non si è fermata al racconto del dolore. Ha introdotto un elemento decisivo: la trasformazione. L’incontro con Antonio, il marito, segna una rottura rispetto al passato, dimostrando che il trauma non è destino definitivo. E soprattutto il viaggio in Paraguay apre un nuovo capitolo. Di fronte a bambini che vivono condizioni simili a quelle attraversate da lei, Anna compie una scelta netta: non voltarsi.
“Se mi giro dall’altra parte, mi faccio schifo da sola”.
Da qui nasce l’associazione Mango, un impegno concreto fatto di adozioni a distanza, case famiglia, progetti educativi e sostegno ai bambini più fragili.
Anche per questo molti presenti hanno scelto di acquistare una copia del libro, consapevoli che il ricavato sarebbe stato destinato proprio all’associazione fondata dall’autrice. Un gesto che ha dato continuità concreta a quanto ascoltato sul palco.
Il dato forse più significativo della serata, però, non è arrivato dalle parole dei protagonisti, ma dalla reazione del pubblico. Nessuna domanda al termine dell’incontro. Non per disinteresse, ma per la profondità dell’impatto emotivo. Il pubblico era già dentro quella storia, immerso nella commozione e nella riflessione. E così, invece di interrompere quel clima con domande immediate, ha scelto il silenzio e poi una lunga fila per acquistare i libri, quasi a voler cercare tra quelle pagine la parte di racconto che non era stata ancora rivelata.
I libri di Anna Agostiniani non sono solo autobiografia. Sono strumenti di consapevolezza. Parlano di abbandono, identità, diritti, responsabilità collettiva e seconde possibilità. E lasciano un invito chiaro, che va oltre la pagina e oltre la serata: non restare indifferenti. Leggere questi libri, ma anche seguire Anna nei suoi futuri incontri pubblici, significa entrare in un percorso che non offre soluzioni semplici, ma pone domande necessarie.
Una su tutte, forse la più scomoda: cosa facciamo davvero quando vediamo.

