martedì, Gennaio 20, 2026

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Attraversare la danza: il Museo Temporaneo delle Esperienze e una nuova idea di coreografia come processo condiviso

Nel progetto del CIMD all’interno della residenza Erbacce, la performance abbandona la forma chiusa e si apre alla scelta dello spettatore, ridefinendo ruoli, responsabilità e modalità di trasmissione dell’esperienza artistica

Nel Museo Temporaneo delle Esperienze, progetto del CIMD – Centro Internazionale di Movimento e Danza all’interno della residenza artistica Erbacce, la coreografia smette di essere una forma da osservare e diventa un processo da attraversare. La fruizione non è più lineare né prescritta: lo spettatore può entrare, uscire, tornare, scegliere quanto e come sostare, assumendo un ruolo attivo nella costruzione dell’esperienza.

Questa libertà ridefinisce il lavoro dell’artista e la responsabilità della scena, che non guida lo sguardo ma crea le condizioni dell’incontro. La performance si configura come un organismo relazionale, vivo e instabile, che esiste solo nel tempo condiviso con chi la attraversa. In questo spazio aperto, fondato su pratiche orizzontali e intergenerazionali, Erbacce interroga i modelli tradizionali di produzione e trasmissione della danza contemporanea, proponendo un’idea di arte che non si conserva, ma si trasmette attraverso i corpi, le relazioni e l’esperienza diretta.

Abbiamo chiesto a Franca Ferrari e Daniele Ninarello, direttori artistici, di spiegare come si è lavorato per giungere a questo “Museo Temporaneo delle Esperienze”: fra l’importanza della trasmissione dell’esperienza, la messa in crisi dei ruoli e la fruizione come atto attivo e non più passivo, queste sono le loro risposte.

Il Museo Temporaneo delle Esperienze ribalta l’idea tradizionale di fruizione, chiedendo allo spettatore di entrare e uscire, tornare, scegliere. In che modo questa libertà modifica concretamente il lavoro coreografico e la responsabilità dell’artista in scena?

La libertà di entrare, uscire, tornare e scegliere modifica radicalmente il discorso coreografico, che non è più pensato come una sequenza chiusa da seguire, ma come un incontro che si attiva nel tempo e nello spazio della relazione. La coreografia si fa espansa: non organizza solo movimenti, ma costruisce dispositivi aperti di esperienza.

In questo contesto il lavoro coreografico e performativo diventa uno spazio di relazione, attraversabile, in cui la fruizione non è lineare né prescritta. L’artista non guida lo sguardo dello spettatore, ma si assume la responsabilità di creare le condizioni perché l’incontro possa avvenire. La presenza in scena si trasforma: l’artista diventa medium, a volte visibile, a volte quasi invisibile, concentrato più sull’attivare un processo che sul mostrare una forma compiuta.

L’opera è pensata fin dall’origine come un organismo che si innesca solo nella relazione con il pubblico. La possibilità di attraversare i lavori in modo periferico, di sostare o allontanarsi, mette gli spettatori nella condizione di scegliere e di rispondere secondo la propria disponibilità. In questo modo la fruizione diventa un atto attivo, che permette di creare connessioni personali, ponti immaginari e riflessioni condivise.

Il pubblico è invitato a ricontattare il proprio corpo non come semplice osservatore, ma come corpo “di mezzo”, parte del sistema e della sua manifestazione. È in questa tensione tra opera e incontro che il Museo Temporaneo delle Esperienze ridefinisce sia la pratica coreografica sia la responsabilità dell’artista in scena.

Erbacce lavora su pratiche orizzontali e intergenerazionali: quali resistenze o criticità emergono quando si prova a scardinare modelli gerarchici consolidati nella formazione e nella produzione della danza contemporanea?

Lavorare su pratiche orizzontali e intergenerazionali significa, prima di tutto, mettere in crisi rapporti consolidati di autorità e trasmissione. Una delle principali resistenze riguarda proprio il bisogno di riferimenti chiari: l’assenza di una relazione formalizzata, come quella tradizionale tra insegnante e allievo, può generare disorientamento, soprattutto in contesti formativi abituati a strutture gerarchiche stabili.

In Erbacce il rapporto tra le persone è continuamente da ricontrattare e rigenerare. Questo richiede un’assunzione di responsabilità individuale maggiore, sia nei processi di apprendimento sia in quelli creativi. Non tutti sono pronti a esporsi in questo modo: emergono timori legati alla perdita di ruoli, di riconoscibilità e di linguaggi condivisi, così come difficoltà nell’attraversare e trasformare i codici che informano i processi creativi.

Allo stesso tempo, Erbacce si configura come uno spazio di costruzione di un pensiero collettivo capace di attraversare e informare i diversi percorsi artistici. Questa trasversalità produce intuizioni e possibili soluzioni inattese, ma implica una modalità di orientamento aperta, in cui la formazione passa dall’esperienza diretta e dal confronto continuo.

Scardinare modelli consolidati comporta quasi sempre una fase di smarrimento iniziale. È una criticità reale, ma anche una soglia necessaria: permette di ricontattare urgenze personali, rafforzare la fiducia nella propria natura creativa e trasformare le relazioni interne al progetto in vere pratiche di trasmissione e scoperta, nutrite dai significati e dalle parole che emergono dai processi stessi.

Parlate di un’arte che esiste solo quando incontra qualcuno. In un sistema culturale sempre più orientato alla documentazione e all’archiviazione, come si conserva – o si trasmette – un’esperienza pensata per essere viva, processuale e in continua trasformazione?

Un’esperienza pensata per essere viva e processuale non si conserva nel senso tradizionale del termine: si trasmette. La trasmissione diventa qui una forma di archiviazione non oggettuale, che non fissa l’opera ma ne prolunga l’esistenza generando nuova conoscenza.

In questo senso l’archivio principale è il corpo. Le esperienze lasciano tracce nei corpi di chi partecipa, e i corpi, spontaneamente, archiviano, memorizzano e testimoniano. L’incontro attiva una relazione reciproca in cui percepirsi come “corpi vivi” diventa centrale: ciò che attraversa il corpo riattiva archiviazioni antiche, a volte dimenticate, e allo stesso tempo ne produce di nuove.

Accanto a questa dimensione incarnata, tendiamo a conservare materiali collaterali alle opere – testi, blog, talk, presentazioni, relazioni, fotografie e video – non come documentazione esaustiva, ma come indizi, tracce, frammenti di un paesaggio. Non restituiscono l’esperienza, ma ne mantengono aperta la possibilità.

La trasmissione, così intesa, non è ripetizione ma trasformazione. Ogni attraversamento produce senso, attiva nuove domande e genera una riflessione profonda sui linguaggi performativi e sulle loro possibili evoluzioni. È un processo che stimola un riposizionamento dello sguardo e che continua a vivere proprio perché non si lascia fissare definitivamente.

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