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Roma. Xanax al Petrolini racconta ansia, amori finiti e vite in gabbia

Al Teatro Petrolini una rappresentazione intensa e claustrofobica trasforma un ascensore bloccato nella metafora della fragilità contemporanea tra farmaci contro l’ansia, lavoro alienante e relazioni svuotate. Xanax torna in scena anche oggi 13 maggio con una replica che viaggia verso il tutto esaurito.

Un ascensore che si blocca il venerdì sera. Due colleghi costretti a restare chiusi insieme fino al lunedì mattina. Pochi metri quadrati che diventano prigione emotiva, luogo di crisi, confessione e infine rifugio. Al Teatro Petrolini, “Xanax”non è stato soltanto uno spettacolo teatrale ma una rappresentazione intensa e sorprendentemente riconoscibile della fragilità contemporanea.

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Dopo la partecipata serata inaugurale, lo spettacolo è in programma anche oggi, 13 maggio, con una replica che viaggia verso il tutto esaurito. Un segnale che conferma quanto il tema affrontato dalla rappresentazione riesca a intercettare inquietudini molto diffuse nel pubblico adulto.

In sala si percepiva quel silenzio e risatine tipiche delle storie in cui molti finiscono per riconoscersi. Nessuna ricerca dell’effetto facile durante le scene più dure, ma attenzione continua e coinvolgimento emotivo crescente. Alla fine gli applausi sono stati lunghi e spontanei. “Bravissimo lui”, “bravissima lei”, i commenti più frequenti raccolti all’uscita dal teatro.

La regia di Marco Fiorini costruisce una tensione costante dentro una scenografia essenziale ma estremamente efficace. L’ascensore domina il palco e diventa lentamente la metafora di una vita che corre senza più sapere dove stia andando davvero. Fuori continuano a esistere il lavoro, le famiglie, gli obblighi sociali e le apparenze. Dentro restano soltanto due persone costrette finalmente a guardarsi senza maschere.

Sul palco ci sono Daniela Benvenuti e Massimo Mangia, protagonisti di una rappresentazione che alterna ironia, disagio, crisi fisiche e momenti di intimità emotiva senza mai cadere nella caricatura.

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Anna e Daniele restano bloccati nell’ascensore dopo una giornata di lavoro. Ma molto presto si capisce che il vero blocco non è quello meccanico. Sono le loro vite ad essersi fermate molto prima di quel venerdì sera.

Nel corso delle ore emergono attacchi di panico, ansia, insonnia, gastrite nervosa, bisogno di controllo, dipendenza da Xanax e Prozac. Lo spettacolo affronta il tema dei farmaci contro l’ansia senza moralismi e senza trasformarli in provocazione scenica. Lo Xanax non viene raccontato come trasgressione ma come normalità quotidiana, come tentativo di sopravvivere emotivamente a vite percepite come troppo pesanti da sostenere.

Ed è probabilmente proprio questa la parte che colpisce di più il pubblico. I protagonisti parlano di ansiolitici, gocce, insonnia e crisi notturne con una naturalezza ormai diffusissima nella società contemporanea. Tutto appare drammaticamente vicino alla realtà.

l tema si inserisce dentro un disagio emotivo sempre più diffuso, già affrontato da Il Giornale del Lazio nella rubrica dedicata a salute mentale, stress e fragilità collettive.

Ma “Xanax” non parla soltanto di ansia. Racconta anche il vuoto delle relazioni sopravvissute senza amore reale. Lui appare ancora emotivamente coinvolto dalla propria vita sentimentale nonostante il tradimento subito. Lei invece sembra aver smesso da tempo di amare davvero il marito che continua ad amarla. Nessuno dei due viene giudicato. Ed è proprio questa assenza di condanna morale a rendere il testo credibile e umano.

La rappresentazione entra così nel tema dei matrimoni tenuti in piedi più per inerzia che per felicità. Relazioni mantenute per paura della solitudine, per abitudine o semplicemente perché uscire dalla propria comfort zone appare più difficile che continuare a restare infelici.

Dentro l’ascensore saltano lentamente tutte le identità costruite all’esterno. I protagonisti parlano anche del loro lavoro, descritto come una continua simulazione sociale: persone che fingono successo, vite costruite per apparire vincenti, personaggi che recitano felicità mentre dentro sono svuotati. Il testo critica apertamente la cultura della performance, quella che impone di mostrarsi sempre forti, produttivi e desiderabili anche quando si è emotivamente esausti.

Il passare delle ore diventa quasi una discesa psicologica. Venerdì sera, sabato notte, domenica. La percezione del tempo si altera. Crescono la sete, il caldo, il freddo improvviso, le crisi fisiche e la paura. Poi lentamente arriva qualcosa di diverso: la sincerità.

L’intimità tra i due personaggi nasce infatti soltanto quando smettono di recitare. Non si tratta semplicemente di attrazione. I due si riconoscono nella stessa fragilità, nella stessa stanchezza emotiva e nella stessa incapacità di sentirsi davvero vivi dentro la normalità delle loro esistenze.

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Anche le musiche risultano perfettamente coerenti con l’atmosfera della rappresentazione. Non accompagnano soltanto le scene ma amplificano il senso di sospensione, malinconia e claustrofobia che attraversa tutto lo spettacolo. Le luci e la fonica curate da Marcello Vanni contribuiscono a rendere ancora più immersiva la sensazione di isolamento e pressione psicologica.

Molti spettatori sono rimasti seduti anche dopo il finale, quasi a voler metabolizzare una storia che parla di fragilità ormai diffusissime ma raramente raccontate con questa sincerità.

Il finale evita volutamente la retorica romantica. Quando l’ascensore torna finalmente a funzionare, i protagonisti scelgono di tornarci dentro volontariamente per incontrarsi di nuovo, lontano dalle rispettive vite ufficiali. La gabbia che prima rappresentava la crisi diventa così uno spazio di verità. Non è chiaro se l’amore possa davvero salvarli oppure se abbiano semplicemente trovato una dipendenza più dolce delle precedenti. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il finale adulto e credibile.

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Al termine della rappresentazione il regista Marco Fiorini ha voluto ricordare con emozione l’autore dello spettacolo, Angelo Longoni, scomparso lo scorso anno.

“Questo spettacolo mi emoziona ancora di più vederlo adesso, perché purtroppo l’autore che lo ha scritto l’anno scorso ci ha lasciati. Angelo Longoni è stato un autore importante di teatro, cinema e televisione. Una grande perdita per il nostro teatro e per il mondo dello spettacolo”, ha detto Fiorini davanti al pubblico del Petrolini.

Parole accolte da un lungo applauso. Ed è forse proprio qui il significato più forte di “Xanax”: raccontare il disagio contemporaneo senza trasformarlo in spettacolo, mostrando persone normali che cercano disperatamente un luogo in cui sentirsi autentiche almeno per qualche ora.

Dino Tropea
Dino Tropeahttps://dinotropea.it
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: «Lasciato Indietro» (Armando Editore), «Ombre e Luci di un Cammino» (Laura Capone Editore) e «Il regno sommerso di Coralyn» (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, mescola narrativa, poesia e riflessione sociale. Al centro ci sono le persone, con le loro cadute e le loro ripartenze. Resilienza, memoria e speranza non sono parole da copertina, ma esperienze vissute e poi restituite sulla pagina con sincerità. Lavora come curatore letterario, seguendo progetti editoriali e accompagnando autori nel dare forma alle loro storie. In passato ha ideato e condotto programmi radiofonici dedicati alla rinascita, all’arte e all’impegno sociale, portando al centro voci spesso lasciate ai margini. Oggi quella stessa attenzione continua nei suoi scritti e nelle collaborazioni culturali, con uno sguardo sempre rivolto a chi cerca un nuovo inizio.

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