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Dalla casa all’asta alla rinascita: il volto nascosto dei debiti nel Lazio.


Un mutuo raddoppiato, la malattia, 150 mila euro di debiti. E una sentenza che ne cancella il 91,5%. Dietro i numeri del Lazio — dove il fisco pesa per quasi sei euro su dieci — c’è un’Italia che le statistiche bancarie non vedono.

Tutto comincia con una rata che sale. Simone vive nella provincia di Roma e per anni ha fatto quello che fanno tante famiglie italiane: ha lavorato, ha costruito una casa, ha cercato di tenere insieme mutuo, spese e imprevisti. La sua storia non nasce da scelte sopra le righe, ma da un equilibrio fragile, di quelli che reggono finché non arriva il primo scossone.

All’inizio c’è un mutuo per una casa piccola, una famiglia appena nata, una figlia in arrivo. Poi la rata sale: da circa 520 euro arriva fino a 1.100, a fronte di uno stipendio che in quel periodo è di circa 1.400 euro. Il margine si assottiglia fino quasi a sparire. Per respirare, Simone ricorre alla cessione del quinto e alla delega dello stipendio: non per arricchirsi, ma per pagare quello che ogni mese continua ad arrivare.

Poi un problema fisico, una microfrattura al menisco: il lavoro cambia, lo stipendio scende a 1.200 euro. Nel 2017 il trasferimento in Sicilia, dove non riesce a fare straordinari e la moglie non trova lavoro; nel 2019 il rientro nel Lazio, ma per ripartire serve un altro prestito. Il colpo più duro arriva nel 2021: l’appartamento acquistato con il mutuo viene venduto all’asta per circa 40 mila euro. La vendita, però, non chiude la partita: resta un residuo di oltre 92 mila euro. È il debito che rimane addosso anche dopo aver perso il bene per cui era nato.

Nel 2025 la salute peggiora: tre ricoveri, un intervento per l’asportazione della cistifellea a seguito di una pancreatite acuta, la fine degli straordinari. Nello stesso periodo la moglie si ammala e non riesce a rinnovare il contratto di lavoro, mentre arrivano 4.200 euro di spese scolastiche per la figlia. Il conto finale è un passivo di circa 150 mila euro.

La via d’uscita: la liquidazione controllata

Davanti a questo quadro, Simone si è rivolto a Legge3.it per accedere alle procedure di esdebitazione e ha chiesto l’apertura della liquidazione controllata, lo strumento previsto dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, erede della legge 3/2012 sul sovraindebitamento. Il Tribunale di Velletri ha riconosciuto che non era più in grado di far fronte regolarmente alle obbligazioni assunte e ha disposto l’apertura della procedura, prendendo atto che l’unico attivo liquido era lo stipendio, nei limiti della quota destinabile ai creditori. La cifra individuata: 350 euro al mese per tre anni, almeno 12.600 euro complessivi. In termini di abbattimento del debito, significa il 91,54%.

Non è una cancellazione facile, ma una risposta prevista dalla legge per chi vive una condizione di sovraindebitamento reale, documentata e non più gestibile con gli strumenti ordinari. È il tipo di storia che, spesso, resta fuori dai titoli: il sovraindebitamento non nasce sempre da una scelta sbagliata, ma da una rata che cresce, uno stipendio che cala, una casa venduta all’asta, una malattia. Eventi che, presi uno alla volta, sembrano affrontabili, ma insieme diventano una montagna.

Nel Lazio 51 casi e otto tribunali: il debito ha il volto del fisco

La vicenda di Simone non è un caso isolato. Nel portafoglio assistito da Legge3.it il Lazio conta 51 fascicoli distribuiti su otto tribunali: è la quarta regione d’Italia per numero di pratiche. Il debito medio regionale — circa 276 mila euro — è tra i più contenuti del Paese, ma con punte che a Tivoli arrivano a 1,28 milioni. La distribuzione è capillare: Roma rappresenta da sola il 53% dei casi, seguita da Tivoli, Latina, Velletri, Viterbo, Cassino, Civitavecchia e Frosinone.

A pesare, più delle banche, è il fisco. Nel Lazio le cartelle esattoriali e i contributi non versati valgono il 55-60% del passivo: quasi sempre piccoli commercianti e lavoratori autonomi che hanno chiuso la partita IVA lasciando dietro di sé IVA non pagata e contributi INPS arretrati. È un identikit che ricorre in tutto il portafoglio nazionale, dove il debitore tipo ha intorno ai 52 anni, è quasi sempre un ex imprenditore o lavoratore autonomo e si è ritrovato con cartelle impagabili quando l’attività è entrata in crisi.

I 1.200 miliardi di cartelle che le statistiche non vedono

È qui che la fotografia tocca un nervo scoperto del dibattito pubblico. Il debito medio citato dagli osservatori — banche, Banca d’Italia, CRIF — si riferisce ai soli strumenti finanziari: prestiti, mutui, carte. Non include il debito fiscale. Eppure in Italia esistono 1.200 miliardi di euro in cartelle esattoriali, un dato ufficiale certificato dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione. A livello nazionale il fisco è creditore nell’82% dei casi seguiti da Legge3.it: non evasori, ma persone che a un certo punto hanno smesso di poter pagare.

Il fenomeno è enorme e in larga parte sommerso. Si stima che in Italia oltre 7 milioni di persone si trovino in condizione di sovraindebitamento, ma meno dello 0,2% ha avviato una procedura formale presso gli Organismi di composizione della crisi. Nel 2023 le istanze in tutto il Paese sono state appena 7.748, un decimo di quelle presentate in Germania e Francia. Sullo sfondo, un Paese in cui il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo i dati ISTAT 2024. Lo strumento esiste e funziona, ma resta largamente sotto-utilizzato.

«La storia di Simone è quella di un uomo che non ha mai smesso di provare a pagare — commenta Gianmario Bertollo, fondatore di Legge3.it —. Ha firmato cessioni del quinto per tenere il passo di un mutuo raddoppiato, ha cambiato città, ha perso la casa all’asta e si è ritrovato addosso un debito anche dopo aver perso il bene per cui quel debito era nato. Poi sono arrivate la malattia, i ricoveri, una moglie che non riusciva più a lavorare. Sono persone come Simone quelle per cui questa legge esiste: quando arrivano da noi pensano che non ci sia più nessuna strada. Invece ne esiste una, e in questo caso valeva il novantuno per cento del suo debito».

Per Simone, e per molti come lui nel Lazio, quella strada ha un nome tecnico — liquidazione controllata — e un significato molto semplice: non dover più inseguire debiti diventati impossibili, mettendo a disposizione ciò che si può sostenere e tenendo il minimo necessario per vivere. Una seconda possibilità che la legge prevede, ma che ancora in pochi conoscono.

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