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In fuga dalla casa-lavoro perché “mi hanno fatto perdere tutto”: Del Grande scrive da un luogo segreto; 27 anni fa massacrò la sua famiglia

“Non è un’evasione, mi sono allontanato”: in una lunga lettera l’autore della strage dei fornai spiega le ragioni della fuga da Castel Franco Emilia: “Lì trattato peggio di un detenuto”

ROMA – Si è calato dal muro con una fune fatta di cavi elettrici e da una settimana ha fatto perdere le sue tracce. Elia Del Grande aveva solo 22 anni quando sterminò la sua famiglia- i genitori e il fratello maggiore- a Cadrezzate nel Varesotto, in quella che è conosciuta come la strage dei fornai, dal lavoro delle vittime.

IL CARCERE, LA LIBERTÀ VIGILATA E POI L’ARRIVO ALLA CASA-LAVORO

Oggi Del Grande ha 50 anni e ne ha trascorsi più di 25 in carcere, scontando la sua pena per triplice omicidio. Nel 2023 era stato sottoposto alla libertà vigilata e per lui è stata l’occasione di ricostruirsi una vita. Ma poi la misura è stata ritenuta inadeguata dai magistrati che lo ritengono tuttora un soggetto “socialmente pericoloso”. Così il 23 settembre scorso si sono aperte le porte di una casa lavoro a Castel Franco Emilia, nel Modenese. “Mi sono visto crollare il mondo addosso“, scrive oggi Del Grande, sfogandosi in una mail inviata al quotidiano locale Varese news. E da quella casa comunità poco dopo un mese è fuggito.

“OGGI SONO ANCORA DEFINITO SERIAL KILLER E PAZZO ASSASSINO”

Non rivela dove si trova in questo momento, ma vuole fare sapere il suo punto di vista. “Oggi tutte le cronache mi definiscono come il serial killer, il pazzo assassino che è sfuggito senza la minima remora e controllo, additandomi di tutte le cose del passato senza informarsi prima su cosa ho fatto da quando sono stato scarcerato il 16 luglio 2023, questo e  molto altro mi hanno spinto a provare il tutto per tutto pur di uscire da quella situazione alla quale non riuscivo assolutamente ad abituarmi, nonostante tutti i carceri che io abbia girato”, scrive Del Grande, prendendo le distanze da chi lo etichetta come un pericoloso evaso. “HO SCONTATO LA MIA PENA, MA MI SONO RITROVATO DI NUOVO PEGGIO DI UN DETENUTO”

“Io da questo paese sono stato condannato ad anni 30 di reclusione, effettivamente ne ho scontati 26 e 4 mesi e non sono stato condannato a galera in più- ci tiene a precisa- e invece grazie a questo articolo di legge, risalente a Mussolini, ancora in essere dal nostro codice penale, mi sono ritrovato nuovamente peggio di un detenuto”. Il 50enne se la prende in sostanza con la decisione della magistratura di sorveglianza che, nonostante l’uscita dal carcere e due anni e mezzo di reinserimento, lo ha riportato in un luogo descritto come peggiore del carcere stesso. E così “mi sono visto crollare il mondo addosso- si sfoga- ho visto perdere tutto”.

“CASE LAVORO? NIENTE DI DIVERSO DAI VECCHI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI”

In definitiva la sua è una vera e propria denuncia nei confronti degli istituti come le case lavoro, definiti “totalmente inadeguati” perché “dovrebbero tendere a ri-socializzare e reinserire con il lavoro, per l’appunto cosa che non esiste affatto”. Al contrario “le case lavoro di oggi sono in realtà i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, dismessi nel 2015, grazie una legge stimolata da qualcuno che ha voluto aprire gli occhi su quello scempio che era ancora in essere, cosa che non è accaduto per le case al lavoro che in realtà sono recipiente di coloro che hanno problemi psichiatrici e che non hanno posto nelle Rems”.

GLI INTERNATI, CHI SONO

Del Grande descrive l’orrore delle sue giornate: “Mi sono trovato ad avere a che fare ogni giorno con gente con serie patologie psichiatriche, la terapia chiaramente psicofarmaco, viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa esistente è identica a quella dei regimi carcerari. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive in piena regola con sbarre cancelli e polizia penitenziaria, orari cadenzati, regole e doveri”. Eppure “chi è sottoposto alla casa di lavoro non è un detenuto, bensì un internato, ovvero né detenuto né libero”, per chi vive in queste strutture non c’è “nessuna liberazione anticipata, nessun rapporto disciplinare, ma solo proroghe da sei mesi in su che servirebbero, in teoria e non in pratica, a riabituare il sottoposto a misura di sicurezza, al tessuto sociale esterno, contenendolo e dandogli opportunità lavorativa, quest’ultima attualmente è negata”, continua Del Grande.

“AVEVO RIPRESO IN MANO LA MIA VITA, È SVANITO TUTTO NEL NULLA”

Per lui che aveva “ripreso in mano la sua vita”, scrive, “ottenuto con sacrificio un ottimo lavoro” e ancora “ritrovato una compagna, un equilibrio, i pranzi, le cene, il pagare le bollette, le regole della società”, tutto questo “è svanito nel nulla per la decisione di un magistrato di Sorveglianza- continua- che mi ha nuovamente rinchiuso facendomi fare almeno mille passi indietro riproponendomi soltanto la realtà repressiva carceraria, anzi quella delle case lavoro che è ben peggio”.

“Il disagio che ho visto lì dentro credo di non averlo mai conosciuto– incalza Del Grande- e sono scappato anzi, mi sono allontanato” perché “non è un evasione– puntualizza- e non vi è una realtà penale perseguibile, ma che è solo un semplice allontanamento”.  

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