Tra i vicoli millenari del centro storico e i moderni spazi di coworking che ridisegnano la mappa produttiva della Capitale, sta crescendo una nuova consapevolezza professionale. In una Roma che non è più solo la culla della pubblica amministrazione, ma un ecosistema vibrante di startup, incubatori universitari e hub tecnologici, emerge con forza una figura chiave per il successo delle nuove generazioni: il mentore.
Lontano dall’essere un semplice consulente o un capo esperto, il mentore a Roma sta diventando il vero ponte di collegamento tra il patrimonio di competenze della “vecchia guardia” dirigenziale e l’energia fluida dei giovani professionisti e startupper romani. Ma cosa significa, oggi, fare mentoring all’ombra del Colosseo? E come si adatta questo ruolo a un mercato del lavoro in continua evoluzione?
Per capirne di più, abbiamo intervistato a Roma, Natalia Bessarabova:

Spesso si tende a confondere il mentore con un coach, un consulente o semplicemente un capo più
esperto. Qual è la vera essenza del mentoring e qual è il confine sottile che separa questa figura dalle
altre forme di guida professionale?
Il coach è un facilitatore che aiuta le persone a sbloccare il proprio potenziale e raggiungere obiettivi
concreti. Ma a mio avviso, gli strumenti del coaching sono tutt’altro che universali. Il costante “puoi fare di
più” finisce per far sentire il cliente ancora insufficiente. La crescita forzata, la motivazione esterna — tutto
questo genera spesso una sola cosa: sconforto e la sensazione che ci sia qualcosa che non va in sé.
Io stessa sono stata cliente di coach. E c’è un momento nella vita in cui sai che devi muoverti, che gli
obiettivi sono chiari e desiderati, ma non riesci a fare assolutamente nulla per spostarti dal punto in cui sei.
Le sessioni con il coach smettono di motivare e iniziano a creare una netta sensazione di inadeguatezza, a
generare senso di colpa. Questi strumenti funzionano più spesso per chi è abituato a muoversi sotto
pressione. Ed è più vicino all’addestramento che allo sviluppo.
Nel mentoring si utilizzano strumenti molto più sottili. Non ci sono scadenze che mettono ulteriori
costrizioni a chi è già compresso. Non è una forzatura.
Se una persona non fa qualcosa — di solito non ha nulla a che fare con la pigrizia. Il problema si trova in
strati più profondi. E a volte non solo nella sfera personale, ma nei programmi transgenerazionali e non
solo.
Immaginate: un pulcino deve maturare nell’uovo. Attraversa tutte le fasi di sviluppo previste
dall’evoluzione. E all’improvviso gli viene assegnato un deadline. Non è naturale. Lo ripeto: il coaching può
essere utile — ma è ben lontano dall’essere universale.
Quando una persona ha percorso un certo cammino evolutivo, non ha bisogno né di motivazione esterna
né di scadenze. Va avanti e agisce senza sforzo — con una sensazione di slancio, leggerezza, ispirazione.
Questo stato non si impone — si coltiva. E il mentore è proprio quella figura che accompagna la persona nel
passaggio dal muoversi sotto pressione al muoversi dalla libertà interiore e dalla propria scelta.
Oggi il mondo del lavoro cambia a una velocità impressionante tra intelligenza artificiale, smart
working e carriere sempre meno lineari. In che modo sta evolvendo la figura del mentore per rimanere
rilevante ed efficace per le nuove generazioni?
Molti si rivolgono già all’intelligenza artificiale per una semplice consulenza psicologica — e questo è
diventato possibile proprio perché la maggior parte delle professioni di “aiuto” si basa su algoritmi e
conoscenze accademiche. Ma l’essere umano non è solo personalità, coscienza e subconscio: è portatore di
informazione ancestrale. È per questo che qualsiasi algoritmo agisce solo sullo strato superficiale e non è in
grado di aiutare a scorgere in lui le informazioni più profonde. Sì, rende la persona più adattata nella
società, ma lei perde il legame con il mondo degli antenati. Il compito del mentore è ben diverso: coltivare
la coscienza del mentee, affinché la persona inizi a vedersi come parte di qualcosa di più grande — e questo
cambia significativamente la qualità della vita e la percezione di sé. È importante non confondere la figura
del mentore con quella del maestro spirituale: il mentore non sposta la vostra attenzione dal mondo
materiale verso quello spirituale — rende la vita stessa, tutto ciò che è manifesto, interessante per voi. Si
inizia a “giocare” alla vita.
Non si diventa mentori dopo 5-6 anni di formazione. È un percorso che dura tutta la vita. Il mentore non è
una grandezza fissa — è un sistema in continua evoluzione, in sincronia con tutto ciò che cambia. Parla il
linguaggio di tutti, ma la sua percezione va oltre i confini di ciò che la società considera possibile. Ed è
proprio questo a rendere la sua presenza così tangibile: ogni contatto cambia già lo stato del mentee — e
produce risultati.
E ora — il paradosso. Lo smart working e le carriere sempre meno lineari hanno dato alle persone ciò che le
generazioni dei nostri nonni non avrebbero potuto nemmeno immaginare — il tempo libero. Ma quelle
generazioni erano impegnate a sopravvivere, e la questione della depressione o dell’ansia semplicemente
non si poneva. Oggi le persone hanno tempo — ed è proprio qui che emerge un grande vuoto, che viene
riempito da paure, ansie e stati dolorosi. Gli hobby e il passatempo non nutrono, non danno profondità
all’interazione con la vita. La persona non capisce come vuole vivere la propria vita. Ed è proprio qui che
appare il mentore. Aiuta la persona a ritrovare sé stessa — non la versione adattata, quella socialmente
comoda, ma ciò che in lei è vivo e autentico, nel pieno rispetto di ciò che la stirpe ha già elaborato e che ne
costituisce il patrimonio.
Oltre il Passaggio di Testimone: Il Futuro del Lavoro a Roma
Mentre i confini del mercato del lavoro continuano a farsi sempre più fluidi e digitali, l’esperienza raccolta tra le strade di Roma ci ricorda che l’evoluzione professionale non è mai un percorso che si compie in totale solitudine. Il mentoring, in fondo, non è un semplice trasferimento di nozioni verticali, ma una staffetta generazionale dove entrambe le parti corrono verso lo stesso traguardo.
In una città che ha costruito la sua intera storia sulla capacità di tramandare saperi e resistere al tempo, la figura del mentore si conferma come un’infrastruttura immateriale ma fondamentale per il territorio. Creare ponti tra l’esperienza consolidata dei professionisti senior e l’ambizione dei giovani talenti è l’unico modo per permettere a Roma non solo di attrarre innovazione, ma di coltivarla e trattenerla.
La vera scommessa per il futuro della Capitale si gioca proprio qui: nella capacità di trasformare l’estro individuale in un sistema di crescita condiviso, dove il successo del singolo diventa patrimonio della comunità professionale che lo circonda.

