C’è un momento, nella vita pubblica di una regione, in cui le intenzioni diventano fatti. Oggi, a Roma, quel momento ha avuto un nome preciso: Lazio Danza e Teatro. Un programma della Regione Lazio che — lo dico con la cautela di chi ha imparato a diffidare degli annunci istituzionali — merita di essere preso sul serio.
La Regione Lazio ha presentato un’iniziativa che non chiede di essere applaudita in astratto, ma valutata nel concreto: selezionare trenta giovani talenti tra i 14 e i 35 anni nei settori della danza classica, della danza contemporanea e del teatro, e accompagnarli in un percorso strutturato che porta dritto ai palcoscenici internazionali. Non una borsa di studio destinata a finire in un cassetto. Non un convegno sull’importanza della cultura giovanile. Un percorso che passa per Londra — allo Studio Wayne McGregor, uno dei nomi più autorevoli della danza contemporanea mondiale — per Hong Kong, per Spoleto, e approda al Romaeuropa Festival. Un itinerario formativo che ha il sapore raro della serietà.
La fase di selezione si è già conclusa, e questo è il primo segnale incoraggiante. Le audizioni per la danza e i provini per il teatro si sono tenuti, i candidati sono stati valutati da commissioni tecniche composte da professionisti del settore — non da funzionari — sulla base di criteri tecnici, espressivi e interpretativi. L’assessore alla Cultura Simona Baldassarre ha definito il programma “un ponte tra la formazione accademica e l’ingresso nel mondo professionale dello spettacolo”. In questo caso, la frase non è retorica: descrive qualcosa che sta già accadendo.
Basta scorrere i nomi coinvolti per capire il livello dell’operazione: oltre ad Abbagnato, figurano Fabrizio Grifasi della Fondazione Romaeuropa, Daniele Cipriani — direttore artistico del Festival dei Due Mondi — e, in collegamento da Londra, Sir Wayne McGregor in persona, che ha definito il programma coerente con la propria visione di una formazione capace di integrare “creazione e scambio, in un contesto che incoraggia la sperimentazione e la scoperta”. Non è l’endorsement di un artista pagato per comparire in una brochure: è la firma di chi ha costruito una reputazione internazionale su quel metodo.
È utile leggere anche i numeri che fanno da cornice a questa iniziativa. La cultura genera il 7,7% dell’economia regionale: il Lazio è la prima regione italiana per incidenza del settore culturale sul Pil, con oltre 200.000 occupati nell’intero comparto. Il 29,6% dei residenti laziali dichiara di aver assistito ad almeno uno spettacolo teatrale o di danza nell’ultimo anno, contro una media nazionale del 22,4%. Le arti dello spettacolo hanno registrato una crescita del 2,2% nell’ultimo anno. Non siamo una regione che subisce la cultura: siamo una regione che la produce, la consuma e, con questo programma, comincia a investirci in modo strutturato.
C’è un punto che mi preme sottolineare, al di là dei dati e dei curricula. Negli ultimi decenni, il dibattito sulla formazione artistica in Italia si è consumato spesso tra due posizioni ugualmente sterili: chi considerava le accademie di danza e teatro un lusso folkloristico, e chi le difendeva in modo ideologico senza porsi il problema degli sbocchi professionali. Lazio Danza e Teatro taglia corto con entrambe le posizioni: riconosce il talento artistico come risorsa economica e identitaria, e lo tratta di conseguenza — con selezione rigorosa, percorsi strutturati e proiezione internazionale concreta. Non è un omaggio alla cultura: è una politica industriale applicata alle arti performative.
Il percorso si concluderà con spettacoli finali inseriti in festival di rilievo nazionale e internazionale, tra cui il Romaeuropa Festival. I trenta ragazzi selezionati avranno l’opportunità di calcare palcoscenici veri, davanti a operatori, istituzioni e stakeholder del settore. Non un saggio di fine anno. Un debutto professionale.
Ai trenta ragazzi selezionati va il mio augurio sincero. Hanno davanti un’occasione che pochi, nella loro generazione, avranno. La speranza è che sappiano riconoscerne il valore — e portarla fino in fondo.
Alessandro Maola

